Roberto Gatti - 25/11/1997
«Noi irlandesi siamo dappertutto, l'emigrazione è la nostra specialità» - La cantautrice Enya parla del suo nuovo cd «Paint the sky with stars»
Sarà che la sua prima lingua è il gaelico, non l'inglese. Sta di fatto che quando pronuncia il suo vero nome, il complicatissimo Eithne Ni Bhraonain, il volto della "chanteuse" più famosa d'Irlanda si illumina di un meraviglioso sorriso: e sembra quasi che secoli e secoli di storia patria si condensino in quei fonemi così sideralmente lontani dalla normale comprensibilità. Però anche lei conviene che, se avesse mantenuto intatti i suoi autentici dati anagrafici, ben difficilmente avrebbe raggiunto il successo planetario di cui ora è accreditata. E anche per questo, una decina d'anni fa, quando decise di abbandonare i Clannad - vale a dire la "band" di famiglia, nonché uno dei gruppi musicali più rinomati dell'isola - Eithne Ni Bhraonain prese il nome di Enya: "un nome molto più facile da pronunciare, per chi non sia avvezzo alla nostra misteriosissima lingua". E ora è qui, comodamente seduta in una poltrona di uno degli alberghi più chic di Milano, pronta a chiacchierare di passato, presente e futuro. E soprattutto del suo ultimo disco, Paint the sky with stars (Wea): un'antologia che raccoglie il meglio di dieci anni di carriera, da Orinoco flow a The Celt, oltre a un paio di inediti di eccellente fattura.
Signora Enya, come spiega l'enorme interesse che il suo paese sta suscitando un po' dovunque, in questi ultimi tempi?
"A dire la verità, non riesco a spiegarmelo bene neppure io. Sarà perché la musica e la letteratura irlandese stanno finalmente ricevendo l'attenzione che da anni si meritavano. Oppure, più banalmente, sarà perché, da secoli e secoli, l'emigrazione è la nostra specialità: noi irlandesi siamo dappertutto, e ci riesce oltremodo facile introdurre la nostra cultura in quella dei paesi che ci ospitano. In ogni caso, non credo di aver risposto alla sua domanda. Per il semplice fatto che non lo so... anche se sono molto felice di quanto sta accadendo".
Proviamo allora con un'altra. Come spiega che molti elementi di questa cultura - elementi musicali, soprattutto - siano stati adottati in pieno dalla New Age?
"Più che di New Age in senso stretto, io parlerei di World Music: che infatti attinge a piene mani dal patrimonio etnico di tantissimi paesi del mondo, Irlanda compresa. Ma questo è un bene, perché è un modo molto efficace per introdurre presso i giovani gli aspetti più interessanti di altre culture, di altri modi di musica e canto. E, al tempo stesso, è un "artificio" molto originale per preservare la propria identità culturale".
Da sempre, la sua musica ha un appeal molto pacificato, molto circolare, quasi ipnotico: in altre parole, sembra una preghiera laica. Tutto questo rappresenta la sua intima personalità, o si tratta di uno sforzo quasi "scientifico" di comunicazione?
"È giusta la prima ipotesi: le emozioni che metto in musica sono essenzialmente mie. In altre parole, quando scrivo (e scrivo soprattutto di notte, anche se poi rielaboro tutto quanto di giorno, per avere un maggior distacco critico) cerco di catturare le emozioni più intime della mia anima, e poi di trasporle in musica. Molto facile a dirsi, ma le posso assicurare che, in pratica, non è davvero così. Anche perché io sono una perfezionista incallita, e a volte mi capita di spendere settimane intere per ricercare la melodia giusta".
Mi par di capire che, per lei, l'elemento fondamentale di una buona canzone è proprio la melodia...
"Certo. L'orchestrazione impeccabile, gli arrangiamenti azzeccati, il canto inappuntabile, sono tutti elementi molto importanti per la riuscita di una canzone, ma la melodia è assolutamente determinante. Tutto comincia da lì, perfino le liriche: che infatti sgorgano con molta più facilità, se la melodia "gira" nella maniera giusta. E tutto deve essere subordinato a lei: tant'è vero che io divento ancor più critica del solito, quando sento che la melodia non "esplode" come vorrei..."
.
Interessante. Ma che cosa deve contenere una melodia, per essere "giusta" ed "esplodente"?
"Secondo me - ed è del tutto ovvio che questo vale solo per le mie canzoni - un giusto senso della melanconia. Che, ovviamente, non ha nulla da spartire con la tristezza, né con l'angoscia. È un sentimento molto più sottile, una sorta di spleen molto più riconducibile alle tribolazioni dell'anima, piuttosto che della mente...".
È molto irish tutto questo, ne conviene?
"Certo. Non a caso l'Irlanda è una terra deliziosamente melanconica, in cui chi ha antenne sensibili riesce a cogliere uno spleen sottile anche nelle musiche più allegre e scatenate. Così come esiste, al contrario, un lato sottilmente scherzoso e ironico anche partiture più apparentemente introverse".
Però molte delle sue canzoni sono ambientate lontano dall'Irlanda, basti pensare a Orinoco flow, Carribean blue, China roses, Storms in Africa... Sono esperienze di viaggi fatti in prima persona, o qualcosa di più sottile?
"Direi che sono viaggi immaginari, visto che non mi muovo quasi mai da Dublino. Sono emozioni della mente che io catturo e metto in musica. E poi lascio che la forza della musica mi trasporti dove vuole, anche in luoghi che non conosco e che magari neppure esistono. È un'esperienza meravigliosa, glielo posso assicurare!".