Enya "A Day Without Rain" - l'intervista

Roberto Gatti - 2000

 

Milano. Ogni tanto - anzi, ogni tantissimo - la signora Eithne Ni Bhraonain, in arte Enya, decide di ricomparire fra noi: perché ha voglia e urgenza di discorrere del nuovo parto della sua inesauribile: perché ha voglia e urgenza di fantasia, che immancabilmente assume la forma esteriore di un disco. E ogni tanto - anzi, ogni tantissimo - la prima domanda che sempre le viene rivolta è la seguente: "Diamo il benvenuto a questo nuovo album, signora Enya: ma quando potremo finalmente salutarla di persona anche in concerto?". Al che lei, sfoggiando il migliore dei suoi sorrisi, ovviamente sublime, risponde più o meno così: "L'anno prossimo, sicuramente, perché adesso sono troppo indaffarata nella promozione del mio nuovo disco". Poi gli anni passano, uno più veloce dell'altro, e non succede proprio niente. Enya se ne sta rinchiusa nel suo "buen retiro" di Killeney, contea di Dublino, ad ascoltare musica operistica - "La traviata" e la "Madama Butterfly", soprattutto - e qualche classico della tradizione irlandese. Poi comincia a girovagare per il mondo, alla ricerca di altre fonti di ispirazione per il nuovo disco che verrà. E alla fine si richiude di bel nuovo in sala d'incisione - la sua personale, ovviamente, costruita dentro lo sterminato giardino di casa - per dare forma e sostanza alle melodie che le frullano per la testa. E dei concerti annunciati, neanche più l'ombra. Niente di niente, finché non le capita di imbattersi in un'altra conferenza-stampa e nella solita domanda d'avvio: "Quando potremo finalmente ammirarla anche in concerto?".

È andata così anche qualche giorno fa, a Milano, quando Enya si è materializzata a sorpresa per illustrare a un ristrettissimo manipolo di scritturali tutte le qualità e le virtù della sua ultimissima fatica: "A day without rain", appena edito dalla Wea. E quando uno dei convenuti le ha rivolto la domanda di prammatica, lei, per una volta, non si è limitata a rispondere con uno dei suoi impagabili sorrisi, ma è stata un pochino più esplicita e precisa: "Ho già iniziato i preparativi per l'allestimento di un "evento unico", che verrà ripreso da una società di produzione televisiva - la PDS - e poi distribuito in ogni angolo del mondo. Sarà un avvenimento davvero speciale, perché per l'occasione verranno approntate una sontuosa scenografia e una grande orchestra d'archi. Ma per quel che riguarda un tour vero e proprio, per teatri e sale da concerti, sono purtroppo costretta a rispondervi che non è ancora il momento. È il tempo, quel che mi manca...".

Ma il tempo, signora Enya, è uguale per lei e per tantissimi altri colleghi suoi. Anche loro, in fin dei conti, devono registrare dischi e poi promuoverli e incontrare la stampa. Eppure, di concerti ne fanno a raffica...

"È' vero, il tempo è davvero un giudice inflessibile: è uguale per tutti noi. Ma non credo che in giro ci siano molti artisti coinvolti quanto me nel processo di produzione di un album... Io lavoro a strettissimo contatto di gomito con il mio "team" di sempre, composto da Nicky e Roma Ryan, ma in fin dei conti faccio tutto quanto da sola, dall'inizio alla fine: i testi, le musiche, gli arrangiamenti, perfino la copertina e il "packaging" del disco. Tanto per darvi un'idea, ho cominciato a lavorare a quest'album nell'estate del 1998 e ho finito nel settembre di quest'anno. E non è che in questi ventisei mesi sia rimasta con le mani in mano, visto che la mia giornata tipica si svolge tutta in studio, dalle 10 del mattino fino alle 7 di sera, cinque giorni su sette. Forse sono un'inguaribile perfezionista... ma che devo fare di più?".

Proprio niente, signora, ci mancherebbe altro. Ma forse la soluzione di tutti i problemi sarebbe quella di delegare qualcosa a qualcuno...

"Non se ne parla neanche! Io voglio avere il controllo totale su tutto ciò che faccio! La tecnologia, per esempio... Io, nel mio studio, sono circondata da un mare di tecnologia: tutta roba modernissima e avanzatissima, che mi piace un mondo e apprezzo in pieno. Eppure, il mio modo di registrare è rimasto "antichissimo", perché non procedo per sezioni ma con l'orchestra intera, come se fossi in concerto. E questo procedimento è molto dispendioso, in termini di tempo...".

È vero. E allora ci parli un po' di questo suo nuovo disco: il titolo, innanzi tutto...

"Ah, quello è proprio semplice. Fa riferimento all'umore che aleggia in un giorno sereno, senza pioggia. E in Irlanda piove così tanto, in tutte le stagioni... Abbiamo avuto tantissimi giorni in cui non ha fatto altro che piovere, proprio come oggi a Milano! Ma un giorno, finalmente, è uscito il sole, che mi ha ispirato la canzone che dà il titolo all'album. Come altro avrei potuto chiamarlo?".

Nel suo album, infatti, c'è una sorta di prevalenza del sole, della luce...

"Sono completamente d'accordo. Mi piace registrare al mattino, dopo aver fatto quattro passi in giardino e aver osservato la natura che si risveglia, il sole che fa capolino, gli uccelli che cominciano a cinguettare... Nel mattino, infatti, sono concentrate al massimo la positività e le potenzialità dell'intera giornata. E mi fa un enorme piacere constatare che questo "messaggio di luce" sia arrivato esplicitamente fino a voi, perché sono convinta che la luce e l'amore siano gli ingredienti fondamentali della nostra vita. Valori senza i quali ogni esistenza sarebbe terribilmente triste!".

I testi delle sue canzoni a volte sono in inglese, altre volte in gaelico o addirittura in latino. Come mai?

"Dipende dall'ispirazione del momento, e non c'è davvero nulla di predeterminato in ciò che faccio. A volte riascolto la melodia che ho già preparato, e mi accorgo che si sposerebbe benissimo con un testo in gaelico: una lingua che continuo a parlare correntemente quando ritorno in famiglia. Altre volte, invece, qualcosa mi dice che l'inglese, o addirittura il latino, potrebbero andare meglio: e allora mi comporto di conseguenza...".

A proposito di famiglia. Mantiene ancora qualche legame con i Clannad, la sua gloriosissima "family band"?

"Certo che sì, anche se ora, per ovvii motivi, questi legami sono alquanto più allentati che in passato. Ma i Clannad rimangono sempre nel mio cuore: perché, per me, "la" tradizione irlandese sono loro!".

 

 

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