di Diego Ancordi - 21/12/2000
La musica eterea e visionaria di Enya si rispecchia nei suoi occhi scuri, nell’abbigliamento semplice ed elegante, nella dolce pacatezza della sua voce, nella sua disponibilità e nel suo sorriso. Incontriamo la musicista irlandese in un albergo di Milano per parlare di “A day without rain” il suo nuovo album, giunto a cinque anni dal precedente “The memory of trees”. Un disco prodotto da Nick Ryan, composto da una dozzina di canzoni in cui le musiche sono composte da Enya e i testi da Roma Ryan. Uno staff consolidato che da anni lavora con grande affiatamento.
Passi molto tempo in studio?
A differenza di altri artisti, io sono coinvolta nel processo di creazione, di gestazione e di arrangiamento dell’album dall’inizio alla fine; quindi passo tutto il mio tempo in studio, impiegandone in questo molto più di quanto ne impiegano altri.
Com’è articolata una tua giornata di lavoro?
Mi piace cominciare a lavorare presto e penso che rimanere in studio fino a tarda ora possa dare l’illusione che le cose stiano uscendo bene ma in realtà quello che stai sentendo è falsato dalla fatica. Per quanto riguarda la fase di scrittura, lavoro cinque giorni la settimana dalle 10 alle 19, ma anche quando si tratta di arrangiare la musica non mi piace stare in studio più di dodici ore o terminare in tarda serata. Abbiamo il nostro studio e questa è una cosa molto importante perché riusciamo a fare tutto sotto lo stesso tetto e non c’è mai la necessità di portare il nostro lavoro fuori in uno studio commerciale. Lo studio dove lavoro è molto vicino a casa mia, a Dublino, in una cittadina che si chiama Killiney.
C’è un momento della giornata in cui riesci ad esprimerti meglio?
Indubbiamente la mattina presto mi sento più ispirata, credo sia il momento migliore per la creatività. Meglio della sera, che preferisco tenere per me stessa. Credo che il mattino sia anche il momento più eccitante della giornata, perchè essendone l’inizio non si sa che cosa potrà accadere. Chiaramente le nostre aspettative sono sempre molto alte e spesso a metà giornata questo entusiasmo si stempera (ride).
In studio lavori sempre solo con Nicky Ryan?
Mi piace avere il controllo su tutto quanto succede in studio. Se ho un’idea ben definita di ciò che devo fare preferisco essere io a farla, piuttosto che stare con un altro artista e cercare di spiegargliela. Uno degli aspetti positivi di questo metodo di lavoro, con Nicky Ryan come produttore, è che se non ho le idee chiare lui mi dà una mano a capire dove voglio andare e quindi abbiamo molto spazio per la sperimentazione senza alcun tipo di pressione.
Quanto c’è di tecnologico nei suoni che usi?
In studio sono circondata dalla tecnologia, però il mio modo di registrare è assolutamente all’antica. Nel senso che quando esprimo una melodia o suono un brano lo faccio dall’inizio alla fine, come se lo stessi facendo davandi a un pubblico. È l’unico modo per lasciar fluire la musica e ottenere quel feeling live che si capta nel disco. Quindi non registrando per sezioni ma piuttosto delle esecuzioni intere, dall’inizio alla fine.
A proposito di live, ci sarà un tour, dopo l’uscita di “A day without rain”?
Ho sempre dei progetti live dopo le incisioni, ma il problema è trovare il tempo, perché finisco il lavoro e poi passo ad una lunga promozione. Ho anche delle piccole pause in cui chiaramente riposo. Comunque stiamo discutendo la possibilità di fare uno special televisivo, un evento unico e irripetibile, per l’anno prossimo. Questo evento ci darà la possibilità di verificare se sarà possibile poi portare effettivamente in scena uno spettacolo dal vivo, perchè la produzione che immagino è molto complessa. Sai, per rendere la mia musica ho bisogno di archi, arrangiamenti particolari, stratificazioni di suoni... insomma, di una produzione in grado di riprodurre quello che succede in studio.
C’è un tema principale nel nuovo disco?
Direi che i temi dominanti in questo album possono essere la vita, l’amore e la natura, come del resto è stato anche per lavori passati. In “Tempus vernum” (che significa “Primavera”) ho ritratto per esempio il passare delle stagioni, il percorso giornaliero del sole che si alza e poi tramonta, e il fatto che tutto questo continuerà comunque anche senza di noi. E noi, che abbiamo sempre una vita molto indaffarata, dobbiamo cercare di riappropriarci di queste cose, di trovare il tempo per capirle. Lo stesso potremmo dire per “Only time”, il cui soggetto principale è l’amore; il titolo è quello perchè solo il passare del tempo potrà dire se la relazione che abbiamo in quel momento è effettivamente quella giusta per noi. In “Pilgrim” invece si considera il pellegrino che è in ciascuno di noi; ci si domanda se il pellegrinaggio al quale siamo avviati sia davvero adatto a noi. Tutto ciò vuole essere un invito a trovare il tempo per pensare a questi grandi temi della vita, che mi riguardano molto da vicino anche a livello personale. A volte ci nascondiamo dietro il lavoro o altre cose e fingiamo di non vedere quelle che alla fine sono le cose più importanti.
La tua musica è molto evocativa, sembra quasi che ogni brano sia pensato come la colonna sonora di un film...
In effetti la mia musica è sempre stata molto ‘visiva’, nel senso che ho cominciato con delle colonne sonore e ho sempre cercato di esprimere delle cose già prima di inserire la voce. L’evoluzione della mia proposta è sempre stata graduale: parto dalla melodia come esplorazione, lasciandomi poi trasportare verso il miglior modo per esprimermi. Direi che questo ha determinato lo sviluppo del mio suono, anche se in realtà io non ho delle idee preconfezionate, quando entro in studio, ma ho una tela bianca sulla quale dipingere.
Alcuni dei tuoi testi sono in gaelico. È una lingua ancora molto usata in Irlanda?
Sì, con la mia famiglia parlo gaelico. Ci sono delle aree, soprattutto sulla costa occidentale dell’Irlanda, dove il gaelico è ancora la prima lingua. Le famiglie di quelle zone usano dunque abitualmente questa lingua.
La scena musicale irlandese è stata molto attiva negli ultimi anni…
In Irlanda c’è molta musica, anche perché le tradizioni vengono trasmesse di generazione in generazione, quindi si ballano danze popolari, si insegna l’uso di strumenti tradizionali ai bambini, si suona sempre alle feste. La scena popolare è molto vivace e il fatto che questa sia conosciuta e si possa esprimere anche all’estero mi fa piacere.
Che legami hai conservato con il periodo dei Clannad e in generale con quel periodo di riscoperta delle tradizioni?
Benché io ascolti soprattutto musica classica, sono sempre cosciente del mio legame con la musica tradizionale irlandese. Spesso quando ritorno nel mio paese mi piace girare la mia regione e ascoltare anche concerti dal vivo. So che comunque per me costituisce un’influenza costante.
Cosa pensi della situazione di tensione che affligge l’Irlanda?
Continuo a nutrire la speranza che si arrivi ad una sempre maggiore comprensione reciproca e che tutto questo possa presto sfociare nella pace, in un accordo tra le parti. La stessa speranza che si nutre per altre parti del mondo dove ci sono conflitti in corso.