di Andrea Spinelli - 30/10/2005
È l’artista irlandese più popolare al mondo dopo gli U2, ma Enya ha ben poco o nulla della popstar da 65 milioni di dischi venduti, 13 solo con l’ultimo album, «A day without rain», maggior successo di una carriera iniziata con i Clannad e proseguita come solista del suono celtico più new age che soft, sottofondo ambient, esotico, trendy, letargico insomma. La cornice del Vaux Le Vicomte, formidabile castello alle porte di Parigi scelto anche dai produttori di James Bond per «Moonraker-Operazione spazio», in cui presenta «Amarantine», atteso nei negozi il 18 novembre, è un esempio di quanto i discografici si attendano da questo suo ritorno sul mercato, nonostante la crisi del disco e la sua ormai proverbiale distanza dalle scene. Candele alle finestre, fuochi d’artificio come nemmeno ai tempi di Luigi XIV, stendono l’alone di grandeur sulle dodici nuove canzoni fedeli alla linea che hanno reso la cantante irlandese un’eroina da hit parade. Niente di nuovo, se non la certosina cura messa in un album stilisticamente perfetto, frutto di svariate sovraregistrazioni divenute la cifra distintiva della diva irlandese, affiancata come sempre da Roma Ryan nei panni di autrice e da suo marito Nicky Ryan in quelli di produttore. Preceduto dal singolo omonimo, nei negozi il 14 novembre ma già disponibile in download digitale in rete, «Amarantine» è il sesto album di Eithne Nì Bhraonain (come continua a chiamarsi la cantante all’anagrafe di Gweedore) dopo il divorzio dai Clannad.
Dopo aver cantato in inglese, latino, gallese, gaelico, spagnolo, questa volta si misura con il giapponese. Perché?
«Con Roma avevamo deciso di costruire il pezzo che intitola l’abum su uno splendido haiku del poeta nipponico Basho. Ma il testo in inglese non ci convinceva fino in fondo, così ho provato a cantarlo nella sua lingua originale e, come per magia, ogni cosa è andata al proprio posto».
In alcuni passaggi di questo nuovo cd si esprime addirittura in una lingua inventata.
«È il ”loxian”, l’idioma degli abitanti della luna. Quando ho lavorato alla colonna sonora della ”Compagnia dell’Anello” dalla trilogia di Tolkien sul ”Signore degli Anelli”, il regista Peter Jackson mi ha convinto a interpretare ”Aniron” nel linguaggio degli elfi: l’idea di esprimermi con parole di fantasia che aderissero al mio mondo musicale mi è venuta così».
Il cinema è diventato importante per lei?
«Le nomination al Golden Globe e all’Oscar per ”May it be”, tema di quel film, mi ha lasciato il desiderio di riprovarci e magari puntare alla statuetta con maggior convinzione».
Che cosa l’ha spinta a tentare l’avventura solista?
«Quando nell'86 lasciai i Clannad e i miei fratelli per abbracciare la carriera solistica, lo feci perché avvertivo la necessità di dare voce alla mia musica, invece che limitarmi a riarrangiare brani tradizionali come avveniva con il gruppo. Penso che la caratteristica dominante delle mie composizioni sia la spiritualità, quella che nasce dalle tradizioni della mia terra e dall'educazione cattolica».
La scrittura di un album è un’operazione laboriosa?
«Questo ho iniziato a comporlo nel 2003, non ho materiali nei cassetti e ogni volta che entro in studio penso al disco come a una tela bianca da riempire. Le mie fonti d’ispirazione? Sentimenti, paesaggi e tramonti».
Molto new age, come sempre.
«Per ”Watermark” la critica, non sapendo come classificare la mia musica, la bollò con quell’etichetta, ma non esistono autori new age che hanno venduto 13 milioni di un disco».
Lei evita la prova del palcoscenico. Perché?
«Non c’è una ragione precisa. Ai tempi di ”Watermark”, ad esempio, era tutto pronto per il tour, ma il successo fu tale che la casa discografica mi chiese subito di incidere un altro disco costringendomi ad annullare l’impegno. Poi ho sempre pensato a scrivere canzoni, perché ho un processo creativo lento che necessita di moltissimo tempo. Ma Nicky Ryan non esclude un piccolo tour o un evento unico con coro e orchestra».