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Enya-Paint the Sky with Stars
Roberto Gatti My best life - Musica per l'anima (e per i corpi sottili)
 
enya "a day without rain"
Roberto Gatti My best life - Musica per l'anima (e per i corpi sottili)
 
enya "a day without rain" l'intervista
Roberto Gatti My best life - Musica per l'anima (e per i corpi sottili)
 
Enya, venerdì il nuovo album
KataWeb Musica - 13 novembre 2000
 
Non cade la pioggia sulla nuova Enya
Il Nuovo.it-13 novembre 2000
 
Enya - La signora della musica gaelica...
Diego Ancordi - Rockol 21/12/2000
 
'Amarantine': 'La mia musica? Come un fiore che non appassisce'
Rockol 29/10/2005
 
Riecco Enya, l'onda anomala del pop
Rockol 29/10/2005
 

Enya-Paint the Sky with Stars

 
Sarà che la sua prima lingua è il gaelico, non l’inglese.
Sarà che il luogo dov’è nata - il Donegal, selvaggia contea del nord-ovest - è uno dei più fascinosi della dolce Irlanda.
 
Sta di fatto che quando pronuncia il suo vero nome, il complicatissimo Eithne Ni Bhraonain, il volto della "chanteuse" più famosa del gran mondo dei Celti si illumina di un meraviglioso sorriso: e sembra quasi che secoli e secoli di storia patria si condensino in quei fonemi così sideralmente lontani dalla normale comprensibilità.
Però anche lei conviene che, se avesse mantenuto intatti i suoi autentici dati anagrafici, ben difficilmente avrebbe potuto raggiungere il successo planetario di cui ora è accreditata.
 
E anche per questo, una decina d’anni fa, quando abbandonò al loro destino i Clannad - vale a dire la "band" di famiglia, nonché uno dei gruppi più rinomati dell’Isola di Smeraldo - Eithne Ni Bhraonain decise di trasformarsi in Enya: «un nome molto più facile da pronunciare, per chi non sia avvezzo alla nostra misteriosissima lingua».
 
E’ una ragazza dal fascino misterioso, Enya. Pur avendo venduto milioni di dischi, pur essendo conosciuta e apprezzata in ogni angolo del globo, dall’Alaska alla Cina, solo rarissimamente abbandona i luoghi a lei tanto cari: le vertiginose scogliere che si gettano a capofitto nell’Atlantico, le pietraie lunari del Connemara, la quiete sonnolenta di Dublino, la "dirty old town" dove si è trasferita alcuni anni fa per motivi di lavoro.
 
Eppure molte sue canzoni, raccolte di recente in un "best of" di conturbante bellezza - "Paint the sky with stars" - parlano esplicitamente di mondi esotici e lontani: "Orinoco flow", "Caribbean blue", "China roses", "Storms in Africa"... Lei sorride di nuovo di fronte all’inequivocabile ovvietà di questo rilievo, poi, molto semplicemente, dice: «Non è necessario visitare in carne e ossa i luoghi che si vogliono descrivere: ci si può arrivare anche con la fantasia, con la mente, con lo spirito.
Oppure, meglio ancora, con la musica: lasciandosi trasportare dalla forza intrinseca della melodia».
 
Non è una questione di "visualizzazione", dunque. Perché Enya, pur essendo un’interprete profondamente legata alla filosofia della Nuova Era, non ama utilizzare gli armamentari tecnici della New Age.
E’, piuttosto, una faccenda eminentemente musicale. «La melodia è l’anima di qualunque canzone», dice convinta. «Una bella voce, un arrangiamento efficace, un’orchestrazione impeccabile, sono tutti elementi importanti di una composizione: ma sono semplici aggiunte a un nocciolo preesistente e assolutamente fondamentale: la melodia, appunto. E’ lei che ti può trascinare in qualunque luogo e in qualunque tempo.
E’ lei che determina il grado di comunicabilità di una canzone.
E’ lei, soprattutto, che impone un segno e una magia ben precisi alle liriche.
Se infatti una melodia è forte al punto giusto, se "gira bene", come diciamo noi in gergo, le parole sgorgano dal profondo con una facilità a dir poco irrisoria. E proprio da questa osmosi nascono i "viaggi immaginari" di molte mie canzoni».
 
Ma c’è anche, ovviamente, uno stile di vita ben preciso: calmo, pacificato, in perfetta sintonia con il proprio
Sè più riposto e con gli elementi della natura. «Sarà perché sono irlandese», dice ancora Enya, «e lo sanno tutti che i popoli celtici hanno sempre considerato la natura come uno scrigno popolato da moltissime divinità. O magari sarà per via della mia anima molto melanconica: che non significa triste, ma pregna di quello "spleen" che solo chi ha conosciuto le mie terre natali sa identificare a colpo d’occhio.
Sta di fatto che le emozioni che riempiono le mie canzoni non sono mai forzate, né, men che meno, create da arte: al contrario, sono una parte essenziale di me.
E infatti le sento distintamente quando, di notte, ascolto i miei autori preferiti: Rachmaninov e Satie. E ancor di più le sento quando abbozzo al pianoforte le melodie delle mie canzoni, e mi lascio trascinare con loro verso mondi lontanissimi e forse inesistenti.
E’ una sensazione meravigliosa, glielo posso assicurare».
 
Roberto Gatti My best life - Musica per l'anima (e per i corpi sottili)
 
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enya "a day without rain"
 
Anni fa, in Italia, c'era chi cercava disperatamente "Un altro Egitto".
Ora, in Irlanda, nella lontanissima contea del Donegal, c'è chi cerca con il medesimo accanimento un altro "Orinoco flow".
 
Per tentare di ripetere, in prima battuta, lo strabiliante successo commerciale di quella fortunatissima canzone; e, in seconda, per continuare a sognare a occhi aperti quei paesaggi celestiali, soavemente esotici, saturi di armonia e di "good vibrations". Enya è fatta così da sempre, fin da quando era semplicemente la "front woman" (insieme alla sorella Máire Brennan) dei raffinatissimi Clannad. E' una "chanteuse" che compone per immagini, per colori, per profumi, per visualizzazioni successive. E siccome le piace la natura incontaminata e magica - sia essa aspra come quella della sua contea natale, oppure dolce e accogliente come quella della giungla brasiliana - i suoni, le voci e le armonie che mette su disco sembrano sempre gli stessi. E forse anche lo sono, proprio come quei sogni di primo mattino che si rincorrono giorno dopo giorno, ad ogni levar del sole. Ma che importa tutto questo, quando le emozioni mosse da questi sofficissimi "soundscape" sono sempre suadenti come una carezza amorosa? Proprio niente, ve lo assicuriamo.
 
Roberto Gatti My best life - Musica per l'anima (e per i corpi sottili)
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enya "a day without rain" l'intervista
 
Milano. Ogni tanto - anzi, ogni tantissimo - la signora Eithne Ni Bhraonain, in arte Enya, decide di ricomparire fra noi: perché ha voglia e urgenza di discorrere del nuovo parto della sua inesauribile: perché ha voglia e urgenza di fantasia, che immancabilmente assume la forma esteriore di un disco. E ogni tanto - anzi, ogni tantissimo - la prima domanda che sempre le viene rivolta è la seguente: "Diamo il benvenuto a questo nuovo album, signora Enya: ma quando potremo finalmente salutarla di persona anche in concerto?". Al che lei, sfoggiando il migliore dei suoi sorrisi, ovviamente sublime, risponde più o meno così: "L'anno prossimo, sicuramente, perché adesso sono troppo indaffarata nella promozione del mio nuovo disco". Poi gli anni passano, uno più veloce dell'altro, e non succede proprio niente. Enya se ne sta rinchiusa nel suo "buen retiro" di Killeney, contea di Dublino, ad ascoltare musica operistica - "La traviata" e la "Madama Butterfly", soprattutto - e qualche classico della tradizione irlandese. Poi comincia a girovagare per il mondo, alla ricerca di altre fonti di ispirazione per il nuovo disco che verrà. E alla fine si richiude di bel nuovo in sala d'incisione - la sua personale, ovviamente, costruita dentro lo sterminato giardino di casa - per dare forma e sostanza alle melodie che le frullano per la testa. E dei concerti annunciati, neanche più l'ombra. Niente di niente, finché non le capita di imbattersi in un'altra conferenza-stampa e nella solita domanda d'avvio: "Quando potremo finalmente ammirarla anche in concerto?".
 
E' andata così anche qualche giorno fa, a Milano, quando Enya si è materializzata a sorpresa per illustrare a un ristrettissimo manipolo di scritturali tutte le qualità e le virtù della sua ultimissima fatica: "A day without rain", appena edito dalla Wea. E quando uno dei convenuti le ha rivolto la domanda di prammatica, lei, per una volta, non si è limitata a rispondere con uno dei suoi impagabili sorrisi, ma è stata un pochino più esplicita e precisa: "Ho già iniziato i preparativi per l'allestimento di un "evento unico", che verrà ripreso da una società di produzione televisiva - la PDS - e poi distribuito in ogni angolo del mondo. Sarà un avvenimento davvero speciale, perché per l'occasione verranno approntate una sontuosa scenografia e una grande orchestra d'archi. Ma per quel che riguarda un tour vero e proprio, per teatri e sale da concerti, sono purtroppo costretta a rispondervi che non è ancora il momento. E' il tempo, quel che mi manca...".
 
Ma il tempo, signora Enya, è uguale per lei e per tantissimi altri colleghi suoi. Anche loro, in fin dei conti, devono registrare dischi e poi promuoverli e incontrare la stampa. Eppure, di concerti ne fanno a raffica...
 
"E' vero, il tempo è davvero un giudice inflessibile: è uguale per tutti noi. Ma non credo che in giro ci siano molti artisti coinvolti quanto me nel processo di produzione di un album... Io lavoro a strettissimo contatto di gomito con il mio "team" di sempre, composto da Nicky e Roma Ryan, ma in fin dei conti faccio tutto quanto da sola, dall'inizio alla fine: i testi, le musiche, gli arrangiamenti, perfino la copertina e il "packaging" del disco. Tanto per darvi un'idea, ho cominciato a lavorare a quest'album nell'estate del 1998 e ho finito nel settembre di quest'anno. E non è che in questi ventisei mesi sia rimasta con le mani in mano, visto che la mia giornata tipica si svolge tutta in studio, dalle 10 del mattino fino alle 7 di sera, cinque giorni su sette. Forse sono un'inguaribile perfezionista... ma che devo fare di più?".
 
Proprio niente, signora, ci mancherebbe altro. Ma forse la soluzione di tutti i problemi sarebbe quella di delegare qualcosa a qualcuno...
 
"Non se ne parla neanche! Io voglio avere il controllo totale su tutto ciò che faccio! La tecnologia, per esempio... Io, nel mio studio, sono circondata da un mare di tecnologia: tutta roba modernissima e avanzatissima, che mi piace un mondo e apprezzo in pieno. Eppure, il mio modo di registrare è rimasto "antichissimo", perché non procedo per sezioni ma con l'orchestra intera, come se fossi in concerto. E questo procedimento è molto dispendioso, in termini di tempo...".
 
E' vero. E allora ci parli un po' di questo suo nuovo disco: il titolo, innanzi tutto...
 
"Ah, quello è proprio semplice. Fa riferimento all'umore che aleggia in un giorno sereno, senza pioggia. E in Irlanda piove così tanto, in tutte le stagioni... Abbiamo avuto tantissimi giorni in cui non ha fatto altro che piovere, proprio come oggi a Milano! Ma un giorno, finalmente, è uscito il sole, che mi ha ispirato la canzone che dà il titolo all'album. Come altro avrei potuto chiamarlo?".
 
Nel suo album, infatti, c'è una sorta di prevalenza del sole, della luce...
 
"Sono completamente d'accordo. Mi piace registrare al mattino, dopo aver fatto quattro passi in giardino e aver osservato la natura che si risveglia, il sole che fa capolino, gli uccelli che cominciano a cinguettare... Nel mattino, infatti, sono concentrate al massimo la positività e le potenzialità dell'intera giornata. E mi fa un enorme piacere constatare che questo "messaggio di luce" sia arrivato esplicitamente fino a voi, perché sono convinta che la luce e l'amore siano gli ingredienti fondamentali della nostra vita. Valori senza i quali ogni esistenza sarebbe terribilmente triste!".
 
I testi delle sue canzoni a volte sono in inglese, altre volte in gaelico o addirittura in latino. Come mai?
 
"Dipende dall'ispirazione del momento, e non c'è davvero nulla di predeterminato in ciò che faccio. A volte riascolto la melodia che ho già preparato, e mi accorgo che si sposerebbe benissimo con un testo in gaelico: una lingua che continuo a parlare correntemente quando ritorno in famiglia. Altre volte, invece, qualcosa mi dice che l'inglese, o addirittura il latino, potrebbero andare meglio: e allora mi comporto di conseguenza...".
 
A proposito di famiglia. Mantiene ancora qualche legame con i Clannad, la sua gloriosissima "family band"?
 
"Certo che sì, anche se ora, per ovvii motivi, questi legami sono alquanto più allentati che in passato. Ma i Clannad rimangono sempre nel mio cuore: perché, per me, "la" tradizione irlandese sono loro!".
 
Roberto Gatti My best life - Musica per l'anima (e per i corpi sottili)
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Enya, venerdì il nuovo album

A Day Without Rain, l'ultimo album di Enya, nei negozi da venerdì prossimo si muove tra tecnologia e arcaismo, amore e natura, sperimentazione e tradizione. Artista visionaria ma luminosa e sensibile, la musicista irlandese ha scelto un'operazione complessa e variegata, ma unitaria nel risultato. Sono passati cinque anni cinque anni dal precedente Memory Of Trees. E anche questo A Day Without Rain è dominato dalla dimensione del tempo a cui la cantante irlandese dedica molta attenzione facendone un tema esistenziale.

Così come ritiene fondamentale l'armonia fra le persone. Rispondendo a una domanda sulla situazione nell'Ulster ha espresso una speranza profonda: "Mi auguro che si arrivi a una comprensione reciproca fra le parti, a un accordo  che porti la pace". A dimostrazione che Enya, residente al Sud, a Dublino, ha sempre nel cuore la sua terra. Come dimostrano i 12 brani del suo disco cui fanno da sfondo sonorità gaeliche. "Non sapevo se cantare alcune melodie in gaelico, ancora molto diffuso da noi, o latino" ha spiegato riferendosi per esempio al pezzo Deora ar mo chroi (Lacrime del mio amore, in gaelico).

Autrice di famose colonne sonore di film, pioniera di suoni e musiche innovativi, Enya fa uso di elaborate tecnologie che convivono però con un modo classico di cantare e registrare. "Abbiamo uno studio a Killiney a due passi da casa mia a Dublino e qui facciamo ricerca e sviluppo. Mi sento come una pittrice davanti a una tela bianca. Ho già una idea precisa in testa che poi si evolve e si contamina. E' come essere davanti al pubblico", ha spiegato parlando del processo creativo che di solito utilizza.

La cantante non annuncia imminenti tour, proprio a causa del tempo che manca e che le serve per lavorare a fondo, ma anche per riflettere sui valori e sul mondo. "E' possibile che prenda parte a uno special televisivo l'anno prossimo, ma come evento unico", ha spiegato. Perché non è previsto uno spettacolo itinerante? "Mi è difficile portare on the road sezioni d'archi e tutte le persone e gli strumenti necessari a creare gli arrangiamenti  e la qualità sonora tipici di uno studio".

"Tra un lavoro e l'altro prendo delle piccole pause che dedico a me ma io lavoro molto più intensamente e a lungo di altri artisti perché produco, registro, compongo e questo mi occupa molto". E proprio il rapporto con la natura le fa preferire l'impegno di prima mattina: "Mi piace alzarmi presto, è stimolante". La sua grande passione restano la musica classica e le opere dalla Traviata a Madame Butterfly : "Conosco il panorama musicale internazionale anche perché viaggio, ma preferisco la musica classica che ascolto anche per radio in un canale tematico irlandese".

 
 
Tecnologia e arcaismo, sperimentazione e tradizione: questa la forza di "A day whithout rain" l'ultimo album della visionaria artista.
 
MILANO - Tecnologia e arcaismo, amore e natura, sperimentazione e tradizione: un corollario complesso e variegato, ma unitario. Questa la forza di A day whithout rain l'ultimo album di Enya, artista visionaria ma gaia e sensibile.
Un cd inedito, a cinque anni del precedente, in vendita dal  17 novembre scorso e che sta è entrato nel cuore degli appassionati.
Cinque anni di vita privata dedicata alla realizzazione dell'album, tanto ci ha messo Enya, ma il risultato è degno di nota. Una scelta difficile, dopo il grande successo del primo album Watermark",  il Grammy Award per la canzone Orinoco Flow ('88). e ben  44 milioni di dollari d'incasso, una cifra degna di popstar come Madonna,. Eppure Enya decise di rimanere in silenzio per cinque lunghi anni. 
 
Il successo dell'album è merito sicuro della sua voce suadente e del fascino tout court dell'Irlanda.
Ma anche del tema chiave: sperimentazione e arcaismo, a cui la cantante irlandese dedica molta attenzione facendone un tema esistenziale. Così come ritiene fondamentale l'armonia fra le persone. E lo ha lasciato capire chiaramente, rispondendo a una domanda sulla situazione nell'Ulster ha espresso una speranza profonda: "Mi auguro che si arrivi a una comprensione reciproca fra le parti - ha detto - a un accordo che porti la pace".
A dimostrazione che Enya, residente al Sud, a Dublino, ha sempre nel cuore la sua terra. Come dimostrano i 12 brani del suo disco cui fanno da sfondo sonorità gaeliche. "Non sapevo se cantare alcune melodie in gaelico, ancora molto diffuso da noi, o latino", ha spiegato riferendosi per esempio al pezzo Deora ar mo chroi (Lacrime del mio amor, appunto in gaelico). Autrice di famose colonne sonore di film, pioniera di suoni e musiche innovativi, Enya fa uso di elaborate tecnologie che convivono però con un modo classico di cantare e registrare.
 
"Abbiamo uno studio a Killiney a due passi da casa mia a Dublino - ha sottolineato - e qui facciamo ricerca e sviluppo. Mi sento come una pittrice davanti a una tela bianca. Ho già una idea precisa in testa che poi si evolve e si contamina. E' come essere davanti al pubblico". La singer non annuncia imminenti tour proprio a causa del tempo che manca e che le serve per lavorare a fondo, ma anche per riflettere sui valori e sul mondo. "E' possibile - ha ipotizzato - che prenda parte a uno special televisivo l'anno prossimo, ma come evento unico". Perché non è previsto uno spettacolo itinerante? "Mi è difficile portare on the road sezioni d'archi e tutte le persone e le cose per creare arrangiamenti e le stesse qualità di uno studio". Il perché é ancora una volta il tempo: "tra un lavoro e l'altro prendo delle piccole pause che dedico a me - ha affermato - ma io lavoro molto più intensamente e a lungo di altri artisti perché produco, registro, compongo e questo mi occupa molto". E proprio il rapporto con la natura le fa preferire l'impegno di prima mattina: "mi piace alzarmi presto, è stimolante". La sua grande passione è la musica classica e le opere dalla Traviata a Madame Butterfly: "Conosco il panorama musicale internazionale anche perché viaggio, ma preferisco la musica classica che ascolto anche per radio in un canale tematico irlandese".
 
Il Nuovo.it-13 novembre 2000
 
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La signora della musica gaelica parla del suo nuovo disco...
 
La musica eterea e visionaria di Enya si rispecchia nei suoi occhi scuri, nell’abbigliamento semplice ed elegante, nella dolce pacatezza della sua voce, nella sua disponibilità e nel suo sorriso. Incontriamo la musicista irlandese in un albergo di Milano per parlare di “A day without rain” il suo nuovo album, giunto a cinque anni dal precedente “The memory of trees”. Un disco prodotto da Nick Ryan, composto da una dozzina di canzoni in cui le musiche sono composte da Enya e i testi da Roma Ryan. Uno staff consolidato che da anni lavora con grande affiatamento.
 
Passi molto tempo in studio?
A differenza di altri artisti, io sono coinvolta nel processo di creazione, di gestazione e di arrangiamento dell’album dall’inizio alla fine; quindi passo tutto il mio tempo in studio, impiegandone in questo molto più di quanto ne impiegano altri.
 
Com’è articolata una tua giornata di lavoro?
Mi piace cominciare a lavorare presto e penso che rimanere in studio fino a tarda ora possa dare l’illusione che le cose stiano uscendo bene ma in realtà quello che stai sentendo è falsato dalla fatica. Per quanto riguarda la fase di scrittura, lavoro cinque giorni la settimana dalle 10 alle 19, ma anche quando si tratta di arrangiare la musica non mi piace stare in studio più di dodici ore o terminare in tarda serata. Abbiamo il nostro studio e questa è una cosa molto importante perché riusciamo a fare tutto sotto lo stesso tetto e non c’è mai la necessità di portare il nostro lavoro fuori in uno studio commerciale. Lo studio dove lavoro è molto vicino a casa mia, a Dublino, in una cittadina che si chiama Killiney.
 
C’è un momento della giornata in cui riesci ad esprimerti meglio?
Indubbiamente la mattina presto mi sento più ispirata, credo sia il momento migliore per la creatività. Meglio della sera, che preferisco tenere per me stessa. Credo che il mattino sia anche il momento più eccitante della giornata, perchè essendone l’inizio non si sa che cosa potrà accadere. Chiaramente le nostre aspettative sono sempre molto alte e spesso a metà giornata questo entusiasmo si stempera (ride).
 
In studio lavori sempre solo con Nicky Ryan?
Mi piace avere il controllo su tutto quanto succede in studio. Se ho un’idea ben definita di ciò che devo fare preferisco essere io a farla, piuttosto che stare con un altro artista e cercare di spiegargliela. Uno degli aspetti positivi di questo metodo di lavoro, con Nicky Ryan come produttore, è che se non ho le idee chiare lui mi dà una mano a capire dove voglio andare e quindi abbiamo molto spazio per la sperimentazione senza alcun tipo di pressione.
 
Quanto c’è di tecnologico nei suoni che usi?
In studio sono circondata dalla tecnologia, però il mio modo di registrare è assolutamente all’antica. Nel senso che quando esprimo una melodia o suono un brano lo faccio dall’inizio alla fine, come se lo stessi facendo davandi a un pubblico. E’ l’unico modo per lasciar fluire la musica e ottenere quel feeling live che si capta nel disco. Quindi non registrando per sezioni ma piuttosto delle esecuzioni intere, dall’inizio alla fine.
 
A proposito di live, ci sarà un tour, dopo l’uscita di “A day without rain”?
Ho sempre dei progetti live dopo le incisioni, ma il problema è trovare il tempo, perché finisco il lavoro e poi passo ad una lunga promozione. Ho anche delle piccole pause in cui chiaramente riposo. Comunque stiamo discutendo la possibilità di fare uno special televisivo, un evento unico e irripetibile, per l’anno prossimo. Questo evento ci darà la possibilità di verificare se sarà possibile poi portare effettivamente in scena uno spettacolo dal vivo, perchè la produzione che immagino è molto complessa. Sai, per rendere la mia musica ho bisogno di archi, arrangiamenti particolari, stratificazioni di suoni... insomma, di una produzione in grado di riprodurre quello che succede in studio.
 
C’è un tema principale nel nuovo disco?
Direi che i temi dominanti in questo album possono essere la vita, l’amore e la natura, come del resto è stato anche per lavori passati. In “Tempus vernum” (che significa “Primavera”) ho ritratto per esempio il passare delle stagioni, il percorso giornaliero del sole che si alza e poi tramonta, e il fatto che tutto questo continuerà comunque anche senza di noi. E noi, che abbiamo sempre una vita molto indaffarata, dobbiamo cercare di riappropriarci di queste cose, di trovare il tempo per capirle. Lo stesso potremmo dire per “Only time”, il cui soggetto principale è l’amore; il titolo è quello perchè solo il passare del tempo potrà dire se la relazione che abbiamo in quel momento è effettivamente quella giusta per noi. In “Pilgrim” invece si considera il pellegrino che è in ciascuno di noi; ci si domanda se il pellegrinaggio al quale siamo avviati sia davvero adatto a noi. Tutto ciò vuole essere un invito a trovare il tempo per pensare a questi grandi temi della vita, che mi riguardano molto da vicino anche a livello personale. A volte ci nascondiamo dietro il lavoro o altre cose e fingiamo di non vedere quelle che alla fine sono le cose più importanti.
 
La tua musica è molto evocativa, sembra quasi che ogni brano sia pensato come la colonna sonora di un film...
In effetti la mia musica è sempre stata molto ‘visiva’, nel senso che ho cominciato con delle colonne sonore e ho sempre cercato di esprimere delle cose già prima di inserire la voce. L’evoluzione della mia proposta è sempre stata graduale: parto dalla melodia come esplorazione, lasciandomi poi trasportare verso il miglior modo per esprimermi. Direi che questo ha determinato lo sviluppo del mio suono, anche se in realtà io non ho delle idee preconfezionate, quando entro in studio, ma ho una tela bianca sulla quale dipingere.
 
Alcuni dei tuoi testi sono in gaelico. E’ una lingua ancora molto usata in Irlanda?
Sì, con la mia famiglia parlo gaelico. Ci sono delle aree, soprattutto sulla costa occidentale dell’Irlanda, dove il gaelico è ancora la prima lingua. Le famiglie di quelle zone usano dunque abitualmente questa lingua.
 
La scena musicale irlandese è stata molto attiva negli ultimi anni….
In Irlanda c’è molta musica, anche perché le tradizioni vengono trasmesse di generazione in generazione, quindi si ballano danze popolari, si insegna l’uso di strumenti tradizionali ai bambini, si suona sempre alle feste. La scena popolare è molto vivace e il fatto che questa sia conosciuta e si possa esprimere anche all’estero mi fa piacere.
 
Che legami hai conservato con il periodo dei Clannad e in generale con quel periodo di riscoperta delle tradizioni?
Benché io ascolti soprattutto musica classica, sono sempre cosciente del mio legame con la musica tradizionale irlandese. Spesso quando ritorno nel mio paese mi piace girare la mia regione e ascoltare anche concerti dal vivo. So che comunque per me costituisce un’influenza costante.
 
Cosa pensi della situazione di tensione che affligge l’Irlanda?
Continuo a nutrire la speranza che si arrivi ad una sempre maggiore comprensione reciproca e che tutto questo possa presto sfociare nella pace, in un accordo tra le parti. La stessa speranza che si nutre per altre parti del mondo dove ci sono conflitti in corso.
 
Diego Ancordi - Rockol 21/12/2000
 
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Enya presenta 'Amarantine': 'La mia musica? Come un fiore che non appassisce'
 
È stato presentato ieri a Parigi, dopo un fastoso party al castello secentesco di Vaux Le Viconte, "Amarantine", ritorno sulle scene di Enya a 5 anni dalla pubblicazione del predecessore "A day without rain": accompagnata dai suoi fidi collaboratori Roma e Nick Ryan (rispettivamente paroliere e produttore - arrangiatore) la cantante ha introdotto la stampa mondiale alla sua ultima fatica. "Non è un caso che il mio nuovo disco si intitoli 'Amarantine', tipo di fiore che non appassisce: ci piaceva l'immagine di un sentimento duraturo nel tempo, non effimero". Per l'occasione, la cantante ha rinunciato al galeico per lasciare spazio ad uno strumentale - "Drifting" - un brano cantato in giapponese ("Wild violet", le cui liriche sono state ispirate a Roma Ryan da un haiku del maestro Basho) e tre episodi cantati in una lingua immaginaria chiamata Loxian concepita dalla stessa Roma basandosi su vecchie leggende riguardanti gli abitanti dello spazio. "La nostra scrittura nasce dalla melodia: è normale, quindi, che le liriche debbano essere asservite alla musicalità del brano", concordano i tre: "Il galeico è stato escluso proprio perché le canzoni selezionate per il Cd non avevano caratteristiche adatte ad ospitarne la fonetica, mentre 'Drifting' è rimasta senza cantato proprio perché non abbiamo trovato una lingua adatta a lei". Attenzione, però, a non considerare Enya un'artista "new age": "La mia musica non è catalogabile in nessun modo: basta andare in un qualsiasi negozio di dischi per trovare i miei album sia nella sezione 'pop' che in quella 'world', senza dimenticare 'irish' e 'new age'. Anche se faccio un po' fatica a considerarmi parte del panorama 'new age', visto che nessun artista del genere ha mai venduto quanto me" (per la cronaca, 13 milioni di copie vendute nel mondo dell'ultimo "A day without rain", delle quali 250.000 smerciate solo in Italia).
Anche "Amarantine" non verrà proposto dal vivo come gli altri album? "La scelta di non intraprendere tour non è mai dipesa esclusivamente da noi", ammettono i tre: "'Watermark', nell'88, ebbe un successo tale che cui costrinse a tornare immediatamente in studio per dare un seguito all'album, mentre dopo 'A day without rain' fummo impegnati nella stesura e registrazione della colonna sonora del 'Signore degli anelli'. Se dovessimo fare un tour, però", specifica Nick Ryan, "ci piacerebbe mettere in scena uno spettacolo à la Berlioz, col coro e l'orchestra che accompagnino e avvolgano la voce principale".
Nelle prossime ore su Rockol verrà pubblicato il resoconto integrale della confernza stampa tenuta da Enya nella capitale francese.
 
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Riecco Enya, l'onda anomala del pop
 
Spettacolari fuochi d’artificio nei giardini del Castello di Vaux-le-Vicomte – una tradizione pluricentenaria dello splendido palazzo secentesco situato nei dintorni di Parigi, dai tempi in cui l’allora ministro delle Finanze Nicolas Fouquet vi organizzò una sontuosa festa in onore del sovrano Luigi XIV - hanno salutato come si conviene, giovedì sera (27 ottobre), il lancio mondiale del nuovo album di Enya “Amarantine” (vedi News), presente l’intero stato maggiore della Warner International, Paul-René Albertini e l’italiano Gerolamo Caccia Dominioni in testa. Grandeur d'altri tempi, ingiustificata in epoca di cinghie tirate e di crisi nera del mercato? Dipende dalle aspettative e dalle analisi costi/benefici, e se il disco nuovo manterrà la velocità di crociera dei precedenti (13 milioni di copie per “A day without rain” del 2000: che ha venduto bene anche in Italia, 250 mila copie) anche questa presentazione in pompa magna avrà avuto la sua ragion d’essere. Anche perché per la Warner, questo è chiaro, Enya rappresenta un titolo sicuro in portafoglio, forse più di Madonna e dei Green Day.
La cantante irlandese, minuta e gentile, e i suoi fedelissimi, l’autrice di testi Roma Ryan e il di lei marito Nicky (“mago dei suoni” a cui si deve molto del successo dei suoi dischi), vivono a distanze siderali dal resto del music business, e forse proprio in questo risiede il segreto del loro immarcescibile successo. Se ne stanno reclusi per anni interi (due, stavolta) nel loro maniero irlandese con studio di registrazione digitale annesso a crear dischi destinati, loro sì, a fare il giro del mondo. Hanno reciso da tempo i legami con la musica tradizionale della loro terra (l’antica esperienza con i Clannad è come cancellata dalla memoria) e tanto meno si riconoscono nella new age contemporanea a cui vengono spesso accostati (“Vendiamo molto di più”, fanno notare con malcelato orgoglio). Non manifestano la minima tentazione di fuga da un sodalizio che dura ininterrotto da vent’anni (“discutiamo e abbiamo opinioni differenti, come tutti gli esseri umani, ma proprio dal confronto nascono le idee e le soluzioni migliori”). Non riconoscono affinità elettive con alcun collega, anche se Enya dice di amare la musica classica e di aver ascoltato i Beatles in tenera età mentre Nicky manifesta profonda ammirazione per le messe cantate di Berlioz. E non hanno mai affrontato un pubblico vero, in concerto, da quando si sono messi a lavorare insieme: anche se, spiega ancora il signor Ryan, “sono state le circostanze a volerlo. Dopo ‘Watermark’, nel 1988, eravamo pronti ad andare on the road come si usa in questi casi, ma il disco ebbe così tanto successo che la casa discografica ci spinse subito ad andare in studio per darvi un seguito. Ci abbiamo fatto un altro pensierino, alle esibizioni dal vivo, dopo ‘A day without rain’, ma poi siamo dovuti volare in Nuova Zelanda sul set de ‘Il signore degli Anelli’ e anche quell’occasione è sfumata. Sarebbe bello, ma ci sono grosse difficoltà logistiche da risolvere. Certo non ci interessa mettere sul palco una band di quattro musicisti come ci aveva suggerito tempo fa l’ex capo della Warner. Vorremmo un coro e un’orchestra, la voce di Enya completamente circondata dalla musica”.
L’ascolto in anteprima del disco, che esce in Italia il 18 novembre, conferma l’apparente immutabilità della loro griffe sonora, a dispetto delle innovazioni in termini di linguaggio: niente testi in gaelico, stavolta; piuttosto, a rafforzare l’internazionalità del progetto, un brano cantato in giapponese sulla traccia di un haiku del poeta nipponico Basho e tre in una lingua inventata dalla lunare e timidissima Roma e da lei battezzata Loxian, diretta discendente dell’ “elfico” concepito per la title track de ‘Il signore degli Anelli: La compagnia dell’Anello” e magari imparentato anche con le invenzioni fonetiche dei Sigur Ros. “Servono”, spiega Enya, “a creare il contrappunto più adatto alle melodie che io improvviso al pianoforte e che stanno alla base di tutto il processo di scrittura”. “Ma anche a sfruttare timbri e inflessioni inedite nella sua voce che abbiamo sempre trattato alla stregua di uno strumento musicale”, aggiunge Nicky. “Anche il termine ‘Amarantine’ nasce da lì: identifica un tipo di fiore che non appassisce mai e ci è sembrata una metafora azzeccata per una canzone d’amore che esprime un sentimento sempiterno. E poi è anche una parola con un bel ritmo”. A chi li accusa di ripetitività rispondono ineffabili che “anche il rock&roll, in fondo, è sempre uguale a se stesso”. Sembrano starsene rintanati in un iperuranio intangibile dal mondo circostante, e invece hanno messo in piedi una implacabile fabbrica di successi che li sottopone gioco forza ad aspettative e pressioni non indifferenti: bravi loro ad aver trovato il modo di conviverci cogliendone i benefici senza star troppo a dannarsi l’anima. Estranei a un mondo votato al marketing, al glamour e all’immagine (unica concessione lo sfarzo della presentazione e l’abito rosso fiammante sfoggiato da Enya in tema con le tonalità della copertina del disco), puntano tutto sulla suggestione della musica: una musica senza identità e provenienza geografica apparente, che con intuito e furbizia mescola Irlanda ed Estremo Oriente, folklore locale e world, leggende celtiche e science fiction scombinando ogni possibile parametro e punto di riferimento (“e infatti”, osservano divertiti, “nei negozi nessuno sa mai bene in che scaffali mettere i nostri dischi”). Come “Il signore degli Anelli”, per l’appunto, interpretano bene quel desiderio di fuga dalla realtà, quella voglia di recuperare l’elemento magico della vita che caratterizza quest’epoca di stress, brutture e frenesie. La sensazione è che, come i suoi predecessori, “Amarantine” farà il suo dovere e si insinuerà ovunque: negli spot pubblicitari e nei documentari televisivi, nelle sale d’aspetto degli aeroporti e nei corridoi dei supermercati. Ecco la vera musica per ambienti dei nostri tempi: anche se le provocazioni e le sottigliezze intellettuali di Brian Eno, qui, non c’entrano niente.
 
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